Foggia, il bene confiscato alla mafia diventa casa di autonomia e inclusione
22/03/2026
C’è un passaggio che dà la misura vera di questa apertura, ed è il più semplice da raccontare: da qualche giorno, in quelle stanze, ci sono sei ragazzi e ragazze con disabilità che hanno iniziato un percorso nuovo, fuori dal perimetro esclusivo della famiglia, dentro uno spazio pensato per accompagnarli verso una forma più concreta di autonomia. È da qui che bisogna partire per comprendere il significato della Comunità Alloggio “Giovanni Panunzio e tutte le vittime innocenti della mafia”, realizzata a Foggia in un immobile confiscato a Vito Lanza, boss della Società foggiana, in via delle Orchidee, in località Posta Conca.
Il valore dell’iniziativa non sta soltanto nella sua funzione sociale, già di per sé rilevante, ma nella forza simbolica che porta con sé. Un luogo sottratto alla criminalità organizzata cambia destinazione e diventa presidio di legalità, cura e inclusione. Non accade spesso che il riuso di un bene confiscato assuma con altrettanta chiarezza il profilo di una restituzione collettiva, capace di incidere insieme sul piano materiale e su quello civile. In questo caso, la trasformazione è netta: da spazio riconducibile al potere mafioso a luogo di crescita personale, relazioni, laboratori e accompagnamento sociale.
Un progetto sperimentale che punta all’autonomia possibile
La comunità alloggio ha avviato le proprie attività accogliendo sei beneficiari, con la possibilità di ospitarne altri sei, e nasce come progetto sperimentale sostenuto dall’Ambito Territoriale Sociale con un budget annuale di 188.395 euro. La finalità è chiara: favorire un inserimento graduale nella società di persone con disabilità, rispettando tempi, capacità, bisogni e volontà individuali, senza imporre accelerazioni artificiali né modelli standardizzati.
È un’impostazione che merita attenzione, perché sposta il baricentro dall’assistenza intesa come risposta rigida a una logica più avanzata, fondata sulla personalizzazione dei percorsi. L’autonomia, in questo contesto, non viene trattata come una parola d’ordine da esibire, ma come un processo da costruire con prudenza, competenza e continuità. La dimensione domiciliare dell’esperienza rappresenta proprio questo: un passaggio intermedio e delicato, nel quale ogni conquista, anche minima, assume un peso concreto nella vita quotidiana dei beneficiari e delle loro famiglie.
A rendere possibile l’avvio del progetto è stata iFun APS, unica associazione di promozione sociale a presentare una proposta in risposta all’avviso pubblico dell’Ambito Territoriale di Foggia. La commissione esaminatrice ha valutato positivamente il progetto, riconoscendo nella proposta non soltanto la sostenibilità tecnica, ma anche la qualità dell’approccio. L’associazione entra così nel percorso come partner operativo centrale, mettendo a disposizione esperienza, professionalità e una visione che tiene insieme dimensione educativa e relazione umana.
Dal contrasto alle mafie a un modello di comunità più giusto
La scelta dell’immobile confiscato aggiunge alla comunità alloggio un significato che supera il pur importante dato amministrativo. In territori segnati dalla presenza della criminalità organizzata, il riuso sociale dei beni sottratti ai clan non è mai un atto neutro: è una presa di posizione pubblica, un’affermazione di sovranità democratica, un modo per dire che la città può riscrivere il destino dei propri luoghi. Qui quella riscrittura assume un tratto ancora più forte, perché viene affidata a un progetto rivolto a persone fragili, e dunque a una delle forme più alte di responsabilità pubblica.
La sindaca Maria Aida Episcopo ha parlato dell’apertura della comunità come di “una nuova pagina” per l’immobile e per l’intera collettività, sottolineando un orgoglio che precede persino il ruolo istituzionale e appartiene, prima di tutto, alla cittadinanza. L’assessore alla Legalità Giulio De Santis ha insistito invece sul lavoro necessario per arrivare a questo risultato, ricordando le difficoltà affrontate e rivendicando la scelta di destinare ulteriori risorse a un progetto che non va letto come costo, ma come investimento sul territorio, sulla sua identità e sulla sua capacità di opporsi alla cultura mafiosa.
Nelle parole dell’assessora alle Politiche sociali Simona Mendolicchio emerge con chiarezza un altro aspetto decisivo: la comunità alloggio non coincide con un insieme di servizi, ma si propone come luogo di vita, crescita e relazione. È una distinzione sostanziale. Quando l’intervento sociale riesce a produrre contesti abitabili, riconoscibili, dignitosi, allora smette di essere percepito come risposta emergenziale e diventa parte di una politica pubblica più matura, orientata alla qualità dell’esistenza delle persone.
Il ruolo del terzo settore e la sfida della co-progettazione
L’esperienza avviata a Foggia mette in evidenza anche il ruolo del terzo settore, qui coinvolto attraverso una co-progettazione che l’amministrazione considera essenziale per elevare il livello di professionalità e garantire l’efficacia degli interventi. In un ambito complesso come quello della disabilità, la collaborazione tra istituzioni e realtà associative non può essere ridotta a formula amministrativa. Serve una sintonia vera sugli obiettivi, sul metodo e sulla qualità della presa in carico.
La conclusione affidata a Maurizio Alloggio, presidente di iFun, restituisce bene il senso di questa responsabilità condivisa. Rivisitare un bene confiscato attraverso la propria cultura organizzativa, in dialogo con il Comune, significa assumersi una sfida che riguarda il presente, ma anche l’idea di futuro che si vuole costruire. E il futuro, in casi come questo, non si misura soltanto nella durata del finanziamento o nella tenuta del progetto sperimentale: si misura nella capacità di trasformare un’esperienza riuscita in un modello replicabile, credibile, riconosciuto dalla comunità.
La Comunità Alloggio “Giovanni Panunzio e tutte le vittime innocenti della mafia” nasce così dentro un intreccio raro e prezioso: legalità, politiche sociali, rigenerazione civile, fiducia nelle relazioni. In quelle stanze oggi ci sono persone, percorsi, tentativi, apprendimento reciproco. Ed è precisamente questo il punto più importante: un bene sottratto alla mafia non viene semplicemente recuperato, ma restituito alla sua funzione più alta, quella di appartenere davvero a tutti.
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Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to